Dalle pagine

Brani

Un passo da «La casa sul crinale».

Mia sorella aveva lasciato la chiave sotto il vaso, come vent’anni prima. Il vaso era lo stesso: terracotta scrostata, un geranio che resisteva per ostinazione più che per cura. La casa odorava di cera e di chiuso, che è l’odore delle stanze quando nessuno le contraddice.

Salii le scale senza accendere. Conoscevo i gradini che scricchiolano — il terzo, il settimo — e li calpestai lo stesso, per sentirmi tornato. Al piano di sopra la porta della camera di mia madre era socchiusa. Non entrai. C’è un rispetto che si impara tardi, e riguarda le soglie.

Dal finestrino del pianerottolo si vedeva il mare, ma solo se sapevi che c’era. Tra i tetti, una striscia. Da ragazzo la guardavo e pensavo che bastasse, quella striscia, per andarsene. Adesso capivo che era il contrario: ti teneva. Ti diceva che il mondo c’era, e che tu stavi da un’altra parte.

In cucina, sulla tavola, un piatto con due fichi. Un biglietto: Ho preso il latte. Torno alle otto. Non toccare le carte sul tavolo dello studio. La grafia di Marta era la stessa delle pagelle, delle liste della spesa, dei silenzi lunghi. Piegai il foglio. Poi lo spiegai, e lo lasciai dov’era. In quella casa ogni cosa aveva già un posto, e io non ero ancora una cosa.


Dal romanzo La casa sul crinale, Neri Pozza, 2019.